La spesa militare complessiva italiana nel 2018 si attesta a 25 miliardi di euro (l’1,4% di Pil), incrementata del 4% in un anno. Mentre il budget del nostro ministero della Difesa sale nel 2018 a 21 miliardi di euro (l’1,2% Pil), aumentando del 3% in un anno, e segnando un +18% rispetto alle ultime tre legislature.

Sono alcuni dei dati contenuti nel rapporto annuale sulle spese militari italiane 2018, messo a punto dall’Osservatorio MIL€X, presentato oggi a Roma, nella sala stampa della Camera.

Per quanto riguarda gli ultimi aggiornamenti sull’acquisto di F35, Francesco Vignarca che ha curato il report assieme ad Enrico Piovesana, ha detto che c’è «il rischio di ‘fuori servizio’ immediato per gli 8 F-35 già acquisiti e costati 150 milioni l’uno».

Dopo due anni e mezzo di sospensione, «nel 2017 è ripreso a pieno ritmo il controverso programma di acquisizione, da parte della Difesa, dei 90 cacciabombardieri americani F-35 Joint Strike Fighter e nel corso del 2018 ne verranno ordinati altri tre», si legge nel dossier, che dedica tra l’altro un’ampia parte alle missioni militari italiane all’estero, e ai costi relativi.

Si è parlato dei costi nascosti delle missioni (Mission Need Urgent Requirement) e i costi complessivi della missione afgana (8 miliardi) e irachena (3 miliardi) e alle spese per il 2018 sulla base di Gibuti (intitolata ad eroe di guerra fascista) che richiederà circa 43 milioni di euro.

Sulla missione italiana in Niger, Vignarca ha fatto notare come l’Osservatorio abbia «contestato il fatto che la decisione di portare i nostri soldati in Niger sia stata votata a Camere sciolte e questo stabilisce un precedente, perché non si tratta di un provvedimento ‘ordinario’».

Infine, a proposito delle contestate basi militari americane ad Aviano e Ghedi, Vignarca ha detto «abbiamo anche la prova, se una prova servisse, del fatto che nella base americana di Ghedi ci siano anche ordigni nucleari».

E rivolgendo un appello al governo: «Abbiate il coraggio di prendervi la responsabilità di ammetterlo. Lo sappiamo che ci sono ordigni nucleari, ma quanto ci costano?».

Un altro approfondimento del Rapporto riguarda proprio i costi della “servitù nucleare” legata alle
spese di stoccaggio e sorveglianza delle testate atomiche tattiche americane B-61 nelle basi italiane (23 milioni solo per l’aggiornamento delle apparecchiature di sorveglianza esterna e dei caveau contenti le venti B-61 all’interno degli undici hangar nucleari della base bresciana) e alle spese di stazionamento del personale militare USA addetto e di mantenimento in prontezza di aerei e piloti italiani dedicati al “nuclear strike” (lo stesso acquisto del bombardiere nucleare F-35 da parte italiana, secondo il Pentagono, rappresenta “un fondamentale contributo al missione nucleare” americana).

Tra le molte raccomandazioni finali del rapporto c’è quella che invita a «perseguire una riconversione industriale del comparto difesa che non va “inventata”, ma solo scelta puntando sui settori già presenti e vincenti: aviazione civile e aerospaziale per il settore aeronautico, grandi navi da crociera per la cantieristica navale, mezzi commerciali e di soccorso/protezione civile per Fiat-
Iveco».

Vignarca ha detto, rispondendo ad una domanda dei giornalisti in sala, che anche per Leonardo- Finmeccanica, «il problema è solo di riconversione della spesa».

Ricordiamo che Leonardo, attiva nei settori della difesa, dell’aerospazio e della sicurezza ha come maggior azionista il Ministero dell’economia e delle finanze italiano, che possiede una quota di circa il 30%.