Il tema relativo all’uso dell’energia nucleare per scopi civili divide gli animi a livello planetario. Infatti, se da una parte vi sono i sostenitori di questa tecnologia, dall’altra c’è chi la ritiene pericolosa. È il caso dell’episcopato nipponico che ha espresso una posizione nettamente contraria all’uso civile del nucleare dopo il disastro di Fukushima, una posizione condivisa da vasti settori della società civile. L’Africa, da questo punto di vista, non è estranea al dibattito, non foss’altro perché da tempo si trova ad affrontare il problema di una crescente domanda di elettricità per sostenere lo sviluppo economico e il fabbisogno energetico di una popolazione che aumenta a ritmo vertiginoso.

Secondo le stime della International Energy Agency (Iea), il 57 per cento della popolazione dell’Africa sub-sahariana (oltre 570 milioni di persone su un totale di circa 1 miliardo di abitanti) non ha accesso alla elettricità. Si tratta di una delle aree al mondo dove si registra il maggiore incremento degli agglomerati urbani: basti pensare che rispetto al dato del 1950 la crescita si attesta intorno al 1984 per cento. Considerando poi che nel 2018 le città africane contavano una popolazione pari a 472 milioni di persone, nei prossimi 25 anni si prevede che la cifra della popolazione urbana raddoppierà. Sta di fatto che oggi circa il 74 per cento delle città africane patiscono le conseguenze determinate da una instabile erogazione dell’elettricità, con frequenti blackout. Ora se si calcola che nei prossimi tre anni in Africa la popolazione urbana supererà per la prima volta quella rurale, il deficit energetico rappresenta una vera e propria calamità. Infatti, oltre che incidere negativamente sulla produzione industriale e sul commercio — riducendo il potenziale produttivo e ostacolando l’espansione delle attività commerciali — priva milioni di persone di una vita confortevole. Si noti, peraltro, che i 48 paesi che fanno parte della macro-regione sub-sahariana, producono insieme la stessa quantità di energia elettrica della Spagna, nonostante abbiano una popolazione 18 volte superiore. Come se non bastasse, oltre alla carenza di elettricità, in molti paesi africani si registrano alti costi energetici sia per il consumo domestico, come anche per quello aziendale.

Per far fronte a questa vera e propria emergenza, alcuni governi africani stanno orientandosi, guardando al futuro, verso l’energia nucleare. Si evince da uno studio della World Nuclear Association (Wna), che segnala come, a partire dal 2016, sette governi sub-sahariani (Etiopia, Kenya, Uganda, Nigeria, Rwanda, Zambia e Ghana) abbiano firmato accordi con la Rosatom, l’azienda di Stato russa specializzata nella realizzazione e nella conduzione di impianti nucleari. Al momento, sono complessivamente 18 i paesi africani che hanno siglato intese di cooperazione, con l’azienda russa, nell’ambito dell’energia nucleare per scopi civili. Altri accordi per la realizzazione di centrali nucleari sono stati conclusi da Kenya, Sudan e Uganda con la China National Nuclear Corporation, la più importante azienda nucleare statale cinese.

Da rilevare che attualmente solo il Sud Africa possiede due reattori nucleari presso la centrale di Koeberg la cui potenza netta complessiva è pari a 1.830 megawatt. Essa copre attualmente il 5 per cento del fabbisogno energetico nazionale, anche se il governo di Pretoria si è già mobilitato, con l’aiuto di russi e cinesi, per costruire una seconda centrale nucleare e modernizzare quella di Koebergcon l’obiettivo di soddisfare prossimamente il 28 per cento del fabbisogno nazionale. D’altronde la stessa International Atomic Energy Agency (Iaea) ritiene che l’opzione del nucleare diventerà quasi indispensabile se i leader africani intenderanno espandere le economie dei loro paesi. A questo proposito la Iaea ha già suggerito ad alcuni governi del continente l’utilizzo dei reattori srms a fissione, molto ridotti rispetto a quelli convenzionali, che possono essere assemblati all’interno di mini centrali nucleari. Gli srms sono stati studiati, tra le altre cose, per ridurre i costi per la manutenzione e lo smaltimento dei rifiuti tossici in quanto producendo minori scorie radioattive.

Lascia tuttavia perplessi che, mentre molti paesi nel mondo tentino di smarcarsi dalla produzione di energia elettrica attraverso il nucleare, in Africa l’interesse dei governi per questa soluzione tecnologica stia crescendo. È il motivo per cui gruppi ambientalisti, espressione della società civile — come Koeberg Alert o Earthlife Africa — hanno deciso di mobilitarsi, ad esempio in Sud Africa, contro le scelte del governo locale. La preoccupazione è legata soprattutto ai complessi problemi da superare per ottenere la tecnologia nucleare e soprattutto ai rischi per la sicurezza e per l’ambiente. Se da una parte nessuno intende misconoscere la necessità di sostenere lo sviluppo a livello continentale, sono molti a dubitare sull’opzione del nucleare civile come risposta alla crescente domanda africana di energia elettrica. Inoltre, sui programmi nucleari dei paesi africani gravano non poche incognite che, oltre ad essere legate agli alti costi di realizzazione e gestione (considerando le scarse disponibilità finanziarie di molti governi), riguardano gli standard di controllo delle miniere di uranio, lo smaltimento delle scorie radioattive, per non parlare della sicurezza degli impianti in contesti geopolitici a volte turbolenti.

Tutto questo induce a considerare che anche in Africa il ricorso alle cosiddette “rinnovabili” come fonte energetica integrativa, è preferibile ad ogni altra soluzione. La posta in gioco è alta se si considera che per raggiungere gli Obiettivi di sviluppo sostenibile e allo stesso tempo conseguire i Goal dell’accordo di Parigi (Cop21) è importante investire in una rivoluzione elettrica incentrata su fonti alternative, innovazioni tecnologiche, infrastrutture leggere e distribuite. Un esempio emblematico viene dal Marocco, paese dove alla fine del 2017 le rinnovabili hanno garantito il 34 per cento della produzione elettrica e che punta a raggiungere il 52 per cento entro il 2030. Si tratta di un risultato che ha reso la nazione nordafricana una dei pochi leader globali ad aver superato i risultati proposti negli Indc (i piani nazionali di azione per il clima completi) dell’Accordo di Parigi. Del resto, il World Nuclear Industry Status Report 2019 (Wnisr) — uno dei principali strumenti di analisi di settore stilato annualmente da un pool di esperti indipendenti — pubblicato lo scorso settembre, rileva il declino del nucleare nel mondo, mentre le rinnovabili sono in forte ascesa. Infatti, nonostante la continua crescita in termini di produzione, la generazione da nucleare appare sempre più svantaggiosa sia a livello ambientale che economico rispetto alle fonti rinnovabili. La rapida ascesa della generazione elettrica fornita dal fotovoltaico ed eolico — sempre secondo il Wnisr — sta rendendo i tempi di costruzione e gestione delle centrali nucleari troppo lenti e quindi insostenibili sia a livello ambientale che economico. Il Wnisr, inoltre, rileva che il costo per la generazione solare varia da i 36 ai 44 dollari per megawattora (mwh), mentre l’energia eolica onshore può arrivare ad un prezzo tra i 29 e i 56 dollari per mwh. L’energia nucleare, invece, costa tra i 112 e i 189 dollari per mwh. Non è un caso se nel 2018, la Cina ha investito 91 miliardi di dollari in energie rinnovabili ma solo 6,5 miliardi in energia nucleare. Questi, di fatto, sono dati inoppugnabili, di cui gli Stati africani dovrebbero tener conto. Sovviene allora, quasi istintivamente, quanto scrive Papa Francesco nell’enciclica Laudato si’: «I gemiti di sorella terra, che si uniscono ai gemiti degli abbandonati del mondo, con un lamento che reclama da noi un’altra rotta» (53). Sagge parole per l’edificazione della Casa comune.

 

Osservatore Romano, 3 dicembre 2019

Foto: Dr Neil Overy/Noy / Science Photo Library