Don Valerio Bersano, segretario nazionale di Missio Adulti&Famiglie, Missio Consacrati e Missio Ragazzi, ogni mese commenta l’intenzione di preghiera proposta dal papa tramite l’Apostolato della Preghiera, Opera e Fondazione pontificia. La riflessione di don Bersano viene pubblicata in una pagina ad hoc sul mensile “Popoli e Missione”. Volentieri la riportiamo anche qui.
«Preghiamo per i sacerdoti che stanno affrontando momenti di crisi nella loro vocazione: perché trovino l’accompagnamento di cui hanno bisogno e perché le comunità li sostengano con comprensione e preghiera».
La notizia di un sacerdote che lascia il ministero fa spesso scalpore, accende dibattiti, alimenta il chiacchiericcio. L’intenzione di preghiera, questo mese, ci chiede di fermare le banali valutazioni e gli schieramenti fra chi applaude il coraggio di “lasciare” e chi rimprovera la “fragilità” della sua condizione. Pregare per i sacerdoti in crisi chiede un diverso atteggiamento, un “agire” più comprensivo e dunque più cristiano. La preghiera della comunità cristiana non è una “formale domanda” di aiuto per tutti, ma il “luogo” dove Dio ci parla perché più presente, come “forza” e clima per sostenere qualunque scelta e responsabilità nella comunità. Sappiamo che il sacerdote, con la sua scelta di mettersi a servizio, non si ‘appartiene’ più completamente: ha ricevuto un dono per essere dono e questo richiede una vita di buone relazioni, tanti volti, momenti di autentica fraternità. L’identità sacerdotale si vive nella comunità, non certo nella solitudine; nella condivisione, non certo nell’isolamento. Perché mai si crede che il prete debba vivere completamente solo e ogni canonica debba essere abitata da un solo uomo, chiamato a gestire tutto da solo? Non sarà proprio questa la radice di molte delle sue fatiche e stanchezze? Quale aiuto offrire ai presbiteri diocesani? La possibilità di vivere fraternamente alcuni momenti insieme non va intesa come un rifugio per sacerdoti in crisi, ma come condizione normale per vivere il ministero senza snaturarlo.
I laici possono aiutare e sostenere ogni scelta dei propri sacerdoti vivendo la comunione e la corresponsabilità, affiancandolo con rapporti sani e costruttivi. Quando il prete si trova isolato in una canonica vuota, questo diventa un peso che logora, non solo per una questione psicologica ma ancor più per una ragione teologica: il sacerdote è configurato a Cristo, ma non è stato chiamato per agire da solo; è membro di un presbiterio, fratello tra fratelli, mai un individuo isolato. Potrebbe allora emergere un presbitero con un volto più umano, che sa di famiglia, perché vive una reale fraternità. È impossibile questo? Non può essere obbligatorio per tutti, ma con alcuni forse sì. Esistono diverse realtà nella nostra Italia. Basterebbe che tre sacerdoti chiedessero di vivere sotto lo stesso tetto, ciascuno con la sua parrocchia, ma con un orario comune per la preghiera, un pasto insieme, un tempo per il dialogo, dove si piange e si ride insieme. Forse così, un giovane prete stanco non penserà più che l’unica via d’uscita sia la fine di tutto, perché una fraternità che sostiene, così semplice e normale, potrebbe davvero profumare di Vangelo.