“Ogni tempo è missione ma la missione più alta è salvare il tempo restituendogli il suo respiro, la sua direzione”.

Grazie al potere della relazione, alla generazione di senso, abitandolo il tempo, anzichè inseguirlo o sfuggirlo.

“La nostra vita corre e scappa ma corre dentro qualcosa di fermo: la nostra vita corre dentro Dio, poichè Dio è la sponda ferma” e noi siamo il treno in corsa.

E’ attraverso queste immagini, scandagliando le verità bibliche del Libro del Qolet e sviscerando il concetto di tempo in tutte le sue declinazioni, che il domenicano padre Claudio Monge stamani ha offerto al pubblico dei giovani una visione altra sul mistero della temporalità.

“Abbiamo dentro di noi la misura dell’eternità ma non la capiamo – ha detto – La vita ci sfugge di mano, è un presente schiacciato” il nostro. Eppure resta “la cosa più preziosa che abbiamo”.

E dunque, come rendere denso e sensato il nostro tempo sulla terra?

‘C’è un tempo per nascere e uno per morire, un tempo per piantare e uno per sradicare, un tempo per piangere e uno per ridere, un tempo per cercare e un tempo per perdere’, recita il Qoelet.

“Non si tratta solo di trovarlo – risponde Monge – ma di capire che è qualcosa che si genera nelle relazioni.

Presso Dio non c’è passato, presente e futuro. Dio è“.

E noi possiamo stare nel suo tempo, nel tempo di Dio, che ci sostiene e si chiama amore”.

E allora in quest’ottica, cos’è la missione?

Risponde Monge: di certo missione non è avere più tempo ma saperlo abitare, persino “saper perdere tempo” in modo generativo.

“Perdere tempo per l’altro è generare senso”.

Queste riflessioni come tutte quelle che seguiranno e quella che l’ha preceduta ieri sera, con la relazione di don Pincerato, a partire dal titolo “Ogni tempo è missione”, rappresentano il fil rouge del Convegno Missionario dei giovani e seminaristi, targato Missio Giovani, in corso fino al 3 maggio a Misano Adriatico.

Ieri pomeriggio in apertura sono state ricordate quattro importanti figure di compagni che “ci hanno indicato il cammino e la loro missione continua con noi”.

Seppure non più fisicamente su questa terra nel tempo presente, Antonella Mattei, padre ClaudioMarano, Luca D’Amore e Giancarlo Piovanello, vivono.

Non è un’assenza la loro ma presenza del tempo fecondo vissuto assieme, poichè il passato non è dimenticato ma può essere generativo.

Don Riccardo Pincerato ieri sera nella sua relazione ha ricordato ai ragazzi che “il tempo può essere usato come rifugio oppure come tempo di cura” e ha tracciato la differenza tra Chronos e Kairos, distinzione rievocata più volte nel corso di queste ore.

Ad un tempo del fare, il chronos, si contrappone il kayros, il tempo dello ‘stare’, dove nulla è scandito e dunque nulla si perde.

E’ in questa seconda dimensione che dobbiamo stare per abitarla: quella che sfugge alle lancette, che dona respiro, che consente di riempire di senso e di valore la vita, che sia lunga o breve; piena di impegni o apparentemente sgombra; in viaggio o ferma.

La vita del senso compiuto, indicano questi relatori, è quella che si nutre di relazioni, di ascolto, di dono.